Di recente, e soprattutto grazie ad alcuni vantaggiosi incentivi statali, sono sorti in tutt’Italia numerosi impianti di produzione di energia elettrica alimentati a biomasse e, più in particolare, a biomasse legnose. Cerchiamo di fare un po’più di chiarezza: si parla, infatti, di particolari centrali termiche per la produzione di energia elettrica che sfruttano, il più delle volte, alternativamente alla combustione di combustibili fossili tradizionali, la combustione di grandi quantità di biomasse. Fatta tale dovuta premessa, sorge spontaneo chiedersi: cosa sono le biomasse? Per definizione, il termine biomassa si riferisce a qualsiasi materiale di natura organica (naturale e non) che non rientri nella categoria dei combustibili fossili e delle materie plastiche di origine petrolchimica. Ciò detto, la stragrande maggioranza degli impianti a biomasse già realizzati – o ancora in fase di realizzazione – produce energia elettrica sfruttando come materia prima combustibile tutta una serie di materiali legnosi, quali cippato, scarti agricoli e pellet di varia natura. Se, poi, tali materie prime provengono da scarti vegetali e/o produzioni legnose sostenibili, l’energia elettrica così prodotta può essere venduta come energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili.

Con una premessa del genere, la bontà di un siffatto sistema di produzione di energia sarebbe innegabile, eppure risulta doveroso analizzare anche il suo “rovescio della medaglia (che, come in quasi qualsiasi processo industriale, esiste). Infatti, spesso si commette l’errore di considerare il legno come un materiale completamente rinnovabile e ad emissione zero (le emissioni dei quantitativi di CO2 dovuti alla combustione di materiali legnosi dovrebbe risultare esattamente pari all’anidride carbonica sottratta all’atmosfera assorbita dai nuovi alberi piantati per la propria crescita vegetativa). In realtà, in termini assoluti, nessuno è in grado di assicurare un tale bilanciamento di emissioni/assorbimento; molto spesso, infatti, gli alberi vengono abbattuti, per esigenze industriali, troppo giovani e che, dunque, non sono stati ancora in grado di assorbire un quantitativo adeguato di CO2 dall’atmosfera. Risulta pertanto molto semplice intuire come, per gli impianti di produzione che sfruttano la combustione di biomasse, il bilancio finale in termini di emissioni non sia affatto nullo, seppure il loro impatto sull’ambiente resti comunque molto minore (non dimentichiamolo!) rispetto a quegli impianti tradizionali che producono energia elettrica da fonti fossili non rinnovabili.

Due ulteriori (ed importantissimi) fattori da tenere in conto per il calcolo del bilancio emissioni/assorbimento di CO2 su cui molti produttori sorvolano e di cui pochi sono a conoscenza, sono rappresentati dal trasporto delle materie prime (ad esempio tronchi d’albero o scarti vegetali di vario genere) fino ai punti di lavorazione, smistamento, fino all’effettiva ubicazione delle centrali, e  dall’utilizzo, quasi sempre necessario, di macchinari energivori in grado di trasformare le materie prime nei vari sottoprodotti (pellet, granulato, cippato) realmente utilizzabili come combustibile. Entrambi i fattori, infatti, contribuiscono in maniera significativa ad incrementare le emissioni di CO2in atmosfera dell’intero ciclo di produzione dell’energia. Una possibile soluzione al problema del trasporto delle materie prime, sarebbe legata all’utilizzo (il più possibile) di materie prime estratte in loco, ovverosia il più vicino possibile al punto in cui sorge la centrale.

Risulta doveroso, inoltre, considerare gli aspetti problematici legati ai cosiddetti COV (composti organici volanti). Risulta infatti assodato che ogni processo di combustione ne implica l’emissione di un certo quantitativo che si traduce nel possibile rilascio in atmosfera di diossine, di metalli pesanti (se contenuti nel legno) e di particolato ultrasottile: tutti composti altamente nocivi, estremamente fini e facilmente inalabili dall’uomo attraverso il sistema respiratorio e che sono in grado, purtroppo, di incrementare notevolmente il rischio di incorrere in varie forme tumorali.

A seguito di tutte queste, ed altre, ragioni, la notizia annunciata alcuni giorni fa da Scott Pruitt (direttore dell’EPA-Agenzia americana per la protezione dell’ambiente), secondo la quale, in America, la produzione di energia elettrica da combustione di biomasse forestali verrà presto considerata ad emissioni zero, ha riaperto un acceso dibattito in grado di dividere il mondo degli esperti e degli scienziati: la combustione del legno può realmente essere considerata rinnovabile?

Voi cosa ne pensate?

Désirée Farletti, RECO2 COO & Luca Spiridigliozzi, RECO2 CTO


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